La capovolta ambiguità di Orione

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Questo blog vuole essere un luogo/nonluogo di dialogo e di confronto in cui verrà riportato quello pubblicato da me nei vari anni, ripercorrendo le strade che ci hanno unito, fatto conoscere, riconoscere, ritrovare, qualche volta “litigare” anche, ma in un confronto sempre intellettualmente leale.

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Cosa hanno detto gli elettori mentre la politica era assente.

 

Mentre i soliti nomi dei soliti tuttologi nei soliti studi televisivi con i soliti conduttori ripetono le solite cose, e si occupano dei soliti problemi (chi si allea con chi, e non certo di capire né di dirci anche per fare che cosa), mi regalo l’umiltà di un po’ jazz, mi fumo un sigaro, e cerco di capire cosa è successo tra ieri ed oggi.
Ecco cosa penso a mente calda e di pancia, e spero scrivendo di metterci anche testa e cuore, e alla fine non mi resterà che augurarmi che ciò che resta di buono da questa riflessione resti anche per i giorni a venire.

Intanto credo che vinca una maggioranza chiarissima: un 55% più o meno di miei concittadini che non hanno votato o che hanno espresso comunque un voto di protesta.
E questa maggioranza – proprio perché ha vinto – deve dettare la linea politica del paese: ricambio generazionale, rinnovo dei programmi e delle priorità della politica.
Ma un rinnovo vero; non basta che la destra non candidi una decina di impresentabili, non si chiude la discussione a sinistra tra chi era pro Bersani e chi affermerà che invece con Renzi…

Il nodo tecnico vero da sciogliere non è – e non sarà – quale maggioranza incollata in settimana reggerà quale governo “di necessità”, ma la necessità che questo paese diventi non di forza, ma di ragione, un paese governabile, e possibilmente in cui la protesta non debba necessariamente diventare violenta o lasciata ai piazzisti.
E qui si passa per la cd. legge elettorale – che dai tempi di Crispi è lo strumento con cui si formano prima del voto le maggioranze, possibili o auspicabili.
Non si cada nel facile escamotage di “tenere fuori Grillo” con lo strumento dei collegi, né che si pensi che con la fine dei 5 stelle si torni a dieci anni fa.
Il vero è unico antidoto è far votare davvero, con le liste e le preferenze, senza che siano le segreterie a decidere o imporre e senza che lo sia un padre padrone a scriverle.

Un parlamento è tale se accoglie le istanze, se non tutte almeno il più possibile, di una società.
E se questa società è articolata non può essere semplificata per legge o per dictat, ma sarà il duro compito di chi sceglie di svolgere un servizio politico rendere il processo legislativo quantomeno gestibile.
Si facciano primarie – per tutti i partiti – e si facciano leggi che impongano il confronto e che impediscano di sottrarsi alle domande.
Perché se vogliamo che davvero gli elettori siano protagonisti non solo a parole o mettendo una crocetta su un simbolo – trattati come tanti analfabeti – lo devono essere non solo quando “serve” ai partiti, ma soprattutto prima, e quando si corre il rischio che questa partecipazione discuta i partiti stessi.
Una classe politica che ha paura dei cittadini che si candida a rappresentare non è degna di rappresentarli, e men che meno, prima, di definirsi classe politica.

E chiunque, a qualsiasi partito o movimento appartenga, si candida con queste regole, non è una persona seria, ma solo uno che “ha fatto accordi” (prima di tutto con la propria coscienza) per raggiungere una posizione: e di queste persone questo paese non ha bisogno.
Allo stesso modo questo paese non ha bisogno di chi si fonda un partitino per i fatti propri, per poi porre i suoi numeri sulle varie bilance, e di altrettanti candidati che hanno questa come sola occasione per emergere per poi riciclarsi…
Anche di queste persone questo paese non ha bisogno.

Io mi sa che di questo voto ho capito queste poche cose.
Non so se siano giuste, non so se siano le più rilevanti, ma a prima vista mi sembrano anche troppe per questa classe dirigente, e francamente mi pare di aver scritto in una lingua che non comprenderanno.
Io faccio i migliori auguri a tutti, davvero tutti, gli eletti, che comunque, per legge, ratio e costituzione, rappresentano anche me, e non posso che augurarmi che siano meno peggio di quanto tutti noi pensiamo, e sappiano essere migliori di quanto loro stessi pensano di sé.

Quello che è invece certo è che qui fuori, da oggi, nasce un nuovo obbligo per ciascuno di noi: per i tesserati di qualche partito, per chi fa opinione, per chi si è impegnato e per chi lo è meno; lavorare alacremente nell’essere coscienza civile di questo paese, essere un pezzo della coscienza sociale di questo popolo, e di essere costruttivo, ciascuno nel proprio partito e movimento, nell’interesse degli altri.
Perché non c’è maggiore colpa – da cui non ci possiamo autoassolvere – che pensare che l’unico momento di partecipazione e determinazione politica sia quello elettorale.

L’ho detto alcuni giorni fa, e lo ripeto oggi, perché non era strumentale e lo pensavo davvero. L’Italia, il mio paese, la mia gente, ha bisogno di serenità, e non di arruffoni.
L’Italia, il mio paese, la mia gente, ha bisogno di persone serie e di programmi fattibili, e non di promesse illusorie che nessuno può realizzare.
L’Italia, il mio paese, la mia gente, ha bisogno anche di cambiare complessivamente, qualitativamente e generazionalmente, la sua classe dirigente, ma questo lo potrà fare solo cambiando se stessa, e scegliendo davvero, e non certo affidandosi al primo che ti lusinga facendo leva sugli istinti peggiori.
L’Italia, il mio paese, la mia gente, non ha bisogno di tsunami (abbiamo già le nostre catastrofi naturali su cui sarebbe bene non scherzare) né di vaffanculo, né di odio di parte, ma di una nuova base di riconciliazione e unità.
L’Italia, il mio paese, la mia gente, ha bisogno di un’idea alta – che oggi non c’è – in cui mettere le proprie energie migliori, come fu nel dopoguerra… e come accade sempre nei paesi che riconoscono una propria identità senza divisioni… penso all’America del new deal, penso alla Germania post bellica e a quella della riunificazione, alla Francia del dopo Vichy, alla Spagna post franchista…
Ma questo non lo fa nessun paese che si fa incitare da un urlatore, che non costruisce unendo, che cerca un capo nelle cui mani essere massa…

Le bufale di Grillo e il bisogno di persone serie.

Mi ero ripromesso di “fare il bravo” e non scrivere davvero più niente su Grillo.
Ma dopo quello che lui ha detto (e fatto) negli ultimi giorni mi consento da solo uno sfogo – soprattutto perché non vedo all’orizzonte (fatto gravissimo) nessun giornalista che faccia una parte del proprio lavoro replicando alle panzane che un candidato dice.
Questa tendenza alla reticenza, ed al fare poco e male il proprio lavoro, è stata macroscopica nel caso Giannino; nessun giornalista italiano, per cinque anni, si è preso mai la briga di andare a verificare un curriculum… francamente…

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Vediamo punto per punto ciò che ha detto e che propone Grillo.

Non tornerò su fatti ormai magistrali che superano ogni possibile satira: la falsa lettera del papa, la falsa lettera del presidente cinese, la biowash ball e tutte le volte che Grillo ha fatto clamorosi falsi, salvo poi, quando smentito, affermare che “era un modo per attirare l’attenzione”.
Come dice lui qui la situazione è seria, grave, e io credo che servano persone serie e responsabili per risolverla.
Fare una campagna elettorale raccontando sciocchezze non rientra nella categoria, e dire che “gli altri sono il vecchio e sono corresponsabili, tutti, delle scelte sbagliate” non giustifica alcuna frottola, anzi imporrebbe il contrario.

Grillo ha affermato che “i giornalisti precari non verificano le fonti, e scrivono e iper-scrivono per guadagnare pochi euro ad articolo e sbarcare il mensile”.
Intanto Grillo dimostra di conoscere il mondo dei giornalisti esattamente per come era, forse, vent’anni fa.
E basta chiederlo a qualsiasi collaboratore del più piccolo quotidiano.
Poi ignora – mister querele ricevute – che proprio i giornalisti “precari” non sono coperti molto spesso dal giornale in caso querela, che gli avvocati se li pagano da soli, e che proprio per questo, molto spesso, non solo verificano più e meglio di altri fonti e riscontri, ma lo fanno anche per “mestiere”… nel senso di poterlo avere un lavoro, perché se non verificassero le notizie, anche quella collaborazione, precaria, salterebbe.

Però questo mi dà l’occasione di chiedere conto delle sue fonti – se ne ha – di ogni sua ultima balla, abilmente recitata da un palco per stimolare gli istinti di folle giustamente arrabbiate, che oggi sono inferocite… e già questo giocare con il malessere delle persone, cavalcando la rabbia e fomentandola, non è una qualità che tutti noi dovremmo attribuire a chi vuole responsabilmente e in modo sano governare un paese… questa è qualità da capopopolo, che farebbe di tutto pur di essere osannato dalle folle.

Grillo ha detto che “un terzo del pil lo spendiamo per opere che crollano e un altro terzo per aggiustarle” – quindi il 66% sarebbe in opere pubbliche.
Chi, come, dove e quando?
Qual è la fonte?
Non esiste.
Basta leggere il bilancio dello stato per verificare che tale misura non raggiungeva l’11% due anni fa e il 9% attualmente.

Grillo ha detto che il suo programma economico (che in realtà è due pagine di titoli, senza alcuna declinazione né indicazione di copertura finanziaria) lo avrebbe scritto addirittura Stiglitz – premio nobel per l’economia nel 2001, e anima delle misure finanziarie di Bill Clinton.
Questa notizia viene smentita da una risposta tanto laconica quanto inequivocabile firmata dalla moglie di Stiglitz, Anya Schiffrin, docente alla Columbia come il marito.
Testualmente “molta gente attribuisce un sacco di cose a mio marito, ma i suoi scritti parlano da soli e sono disponibili online, come lo sono i suoi numerosi discorsi pubblici. Dubito che abbia persino mai nominato il “Movimento Cinque Stelle” da qualche parte.”

Grillo dice di voler dare 1000 euro per tre anni a tutti.
Fa 50miliardi di euro netti – ovvero 82miliardi lordi l’anno per tre anni – a fronte di entrate fiscali per 442miliardi – e questo senza indicare dove prende 1/5 del bilancio dello stato – una cifra pari allo stipendio di tutti i lavoratori pubblici di tutti i settori diretti e indiretti dello stato.
Ma la domanda è… se il minimo è 1000 euro (netti) senza fare nulla, chi mai accetterà di lavorare per uno stipendio che sia inferiore ad almeno il doppio?
E quale azienda per una mansione minima può offrire tanto?
E quanto costano i prodotti e i servizi di quell’azienda per garantire queste retribuzioni minime?
Se a questo sommiamo la riduzione di 1/4 dell’orario di lavoro – e quindi della produttività – è come se dicessimo che da domani un’automobile costa il triplo e un chilo di pasta 3 euro e un litro di latte 4 (per fare esempi minimi).
Si dovrebbe avere rispetto per le persone che guadagnano 800/1000 euro al mese: insegnanti, giovani, operai… ma non lo può fare uno che guadagna 4milioni l’anno, e che è un evasore recidivo con tre condoni tombali e due edilizi alle spalle, e che sa bene che quelle promesse non dovrà mai mantenerle…

Grillo afferma che quel reddito minimo viene dato anche in Danimarca e Francia e Germania…
Chi è la fonte? Qualcuno si è preso la briga di verificare?
No, ma è completamente e assolutamente falso.
Non è questa la sede per un’analisi comparata dei sistemi di welfare – ma sarebbe un’indagine interessante… e qualcuno dovrebbe andarsi ad informare prima di cadere dalle labbra di un comico arrabbiato e incattivito che non ha nulla da perdere e solo da guadagnare…

Grillo ha detto, a un popolo inferocito dalle spese eccessive, che lo stato “regala 1miliardo di euro di finanziamento alla stampa”.
Qual è la fonte? E’ vero?
No. Nemmeno questo è vero.
I contributi per i giornali di partito sono stati aboliti, tranne quelli in termini di “spese di comunicazione dei gruppi parlamentari”, che attualmente girano a propri organi per circa 22milioni.
Poi ci sono i fondi per le cooperative che gestiscono i giornali (praticamente tutti) che sommano a 80milioni: questa voce è bloccata dal 2010 per ragioni di bilancio e fortemente modificata nei criteri di ripartizione; è una misura che bilancia delle distorsioni di mercato e da lavoro a 9.000 persone, e garantisce l’esistenza di 74 testate (per lo più regionali).
Cifre che anche sommate sono la decima parte di quanto afferma Grillo.
Che però non dice alla stessa folla inferocita che anche se si andasse a votare dopo un anno, lui e Casaleggio si sono assicurati per contratto una rendita di oltre 20milioni all’anno di contributi pubblici, per cinque anni!

Potremmo andare avanti all’infinito, e nondimeno scorderemo qualcosa di una intera campagna elettorale fatta di prese in giro, di non confronto, senza mai dire come fare le cose senza alcun dettaglio sul programma…
A me basterebbe che di ogni cosa che lui – come gli altri – dice indicasse anche le fonti e documentasse i numeri.
Ma a questo un comico arrabbiato per essere stato cacciato dalla tv, che cerca solo un’occasione di rivincita, incattivito dall’ostracismo, non può arrivare.
Troppo abituato ed accecato dall’essere un uomo solo sul palco, senza dissenso e senza contraddittorio, applaudito e basta, se no sei un venduto o un corrotto…

L’Italia, il mio paese, la mia gente, ha bisogno di serenità, e non di arruffoni arruffapopolo.
L’Italia, il mio paese, la mia gente, ha bisogno di persone serie e di programmi fattibili, e non di promesse illusorie che nessuno può realizzare.
L’Italia, il mio paese, la mia gente, ha bisogno anche di cambiare complessivamente, qualitativamente e generazionalmente, la sua classe dirigente, ma questo lo potrà fare solo cambiando se stessa, e scegliendo davvero, e non certo affidandosi al primo che ti lusinga facendo leva sugli istinti peggiori, e che ti compra dicendoti “se sei con me sei a 5 stelle, se no sei una nullità”.
L’Italia, il mio paese, la mia gente, non ha bisogno di tsunami (abbiamo già le nostre catastrofi naturali su cui sarebbe bene non scherzare) né di vaffanculo, né di odio di parte, ma di una nuova base di riconciliazione e unità.
L’Italia, il mio paese, la mia gente, ha bisogno di un’idea alta – che oggi non c’è – in cui mettere le proprie energie migliori, come fu nel dopoguerra… e come accade sempre nei paesi che riconoscono una propria identità senza divisioni… penso all’America del new deal, penso alla Germania post bellica e a quella della riunificazione, alla Francia del dopo Vichy, alla Spagna post franchista…
Ma questo non lo fa nessun paese che si fa incitare da un urlatore, che non costruisce unendo, che cerca un capo nelle cui mani essere massa…

L’Italia, il mio paese, la mia gente, tra qualche giorno andrà a votare.
E lo farà grazie a chi per quel diritto ha sacrificato vita e affetti per costruire un paese serio, unito e vero.

La pagella della campagna elettorale

È complicato apparire equidistante nelle valutazioni delle campagne elettorali; apparire più che essere, perché soprattutto quando il clima della competizione viene estremizzato nei toni, qualsiasi critica o appunto o analisi vengono visti come un “atti/attacchi di parte”.
Visto che è così, io la chiamo “la mia opinione” e vorrei che venisse vista come una sorta di elenco di piccole/grandi cose da migliorare, per chi avesse l’umiltà intellettuale di riflettere.
Lo pubblico volutamente prima del voto, nella speranza che possa servire ad un voto consapevole, qualsiasi sia l’orientamento di chi legge.
Perché dovremmo entrare tutti nell’ottica che chi ci governa, che lo abbiamo votato o meno, rappresenta e governerà tutti, e quindi quello che avviene in casa altrui non può non riguardarci, e proprio nella metafora urbanistica migliorare la casa del vicino rende migliore il nostro quartiere, complessivamente.

http://micheledisalvo.com/2013/02/22/la-pagella-della-campagna-elettorale/

I cartigli d’amore di San Valentino.

 

Che San Valentino sia considerata una festa consumistica, è il segno dei tempi. Più di altre feste forse, che probabilmente lo sono maggiormente. Uno dei simboli indiscussi di questa ricorrenza – e per questo non credo di fare alcuna pubblicità, che sarebbe nemmeno tanto occulta – sono certamente quei cioccolatini noti come Baci Perugina, che appartengono alla nostra cultura popolare e nazionale ormai da svariati decenni. Ancor più lo è quella curiosità che tocca un po’ tutti nell’atto di scartarli e leggere quei bigliettini in carta velina, carta da pasticceria originariamente, in cui irrimediabilmente ciascuno, dal più romantico al più scettico, cerca qualcosa di se stesso. Io credo che proprio nei momenti di crisi – etimologicamente “transizione” – è doveroso e saggio costruire su ciò che ci unisce e non continuare a scavare il solco di ciò che ci divide; e questo passa anche dal riappropriarci delle “belle storie che ci appartengono”, soprattutto quando escono dalla sfera personale e individuale o familiare per finire con il diventare parte di una memoria, anche gestuale, collettiva. Ed una di queste “belle storie che ci appartengono” è quella di questi fogliettini di carta, di questi messaggi d’amore volanti che tutti conoscono ma che pochi sanno “come nascono” e cosa ricordano ancora oggi, negli amori e negli affetti del nostro quotidiano. Questa è la storia di una donna straordinaria – come tante e dimenticate ne ha avute il nostro paese. Questa è la storia di Luisa, figlia di un pescivendolo di nome Pasquale ed una casalinga di nome Maria, che a ventuno anni sposa Annibale. Con lui rileva una drogheria nel centro storico di Perugia, e cominciano poco dopo a produrre artigianalmente confetti. Nel 1907 decidono di ampliare la propria attività, e fondano insieme a Francesco Buitoni una vera e propria piccola industria dolciaria, con una quindicina di dipendenti. A causa di attriti interni, Annibale abbandona l’azienda nel 1923: è in questo periodo che Luisa inizia una storia d’amore con Giovanni, figlio di Francesco Buitoni, più giovane di lei di quattordici anni. Il legame tra i due si sviluppa in maniera profonda ma estremamente cortese: le testimonianze in proposito sono poche, anche perché i due non vanno mai a convivere. Luisa entra nel consiglio d’amministrazione dell’azienda e si dedica all’ideazione e alla realizzazione di strutture finalizzate a migliorare la qualità della vita dei dipendenti; poi, poco dopo aver fondato l’asilo nido dello stabilimento di Fontivegge (stabilimento ritenuto, nel settore dolciario, il più avanzato nell’intero continente europeo), dà vita al “Bacio Perugina”. L’idea nasce – in un tempo di austerity e autarchia – dall’intenzione di impastare i resti di nocciola derivanti dalla lavorazione dei cioccolatini con altro cioccolato: il risultato è un nuovo cioccolatino con una conformazione piuttosto strana, con al centro una nocciola intera. Il nome iniziale è “cazzotto”, perché richiama alla mente l’immagine di un pugno chiuso, ma Luisa viene convinta a cambiare quella denominazione, troppo aggressiva. Pare che Federico Seneca – direttore grafico, artistico e pubblicitario – abbia organizzato un incontro con una cara amica di Luisa per convincerla a cambiare il nome del cioccolatino, mettendo in scena il seguente dialogo: se lo immagina un uomo che entra in negozio e dice alla commessa “vorrei un cazzotto per la mia fidanzata”… molto meglio “signorina, me lo darebbe un Bacio?!” Ma Federico Seneca fu anche colui che forse colse con maggiore sensibilità l’amore di Giovanni e Luisa, e pudicamente lo riprodusse in qualche modo nella sua intima tenerezza rielaborando l’immagine del quadro di Francesco Hayez Il bacio, e creando la tipica scatola blu con l’immagine di due innamorati. Un amore che tutti conoscevano, ma su cui nessuno osava dire nulla. Un amore consumato in quotidiani e continui scambi di bigliettini di frasi d’amore. E fu sempre di Federico Seneca l’idea di inserire quei “cartigli” nella confezione dei cioccolatini, in memoria e ricordo di un amore e di una passione autentici e fuori dal comune. Un amore tanto discreto da essere lontano anni luce dal nostro consumismo. Alla fine della prima guerra mondiale Luisa si lancia anche in una nuova impresa: l’allevamento di pollame e conigli. I conigli non vengono uccisi e neanche tosati, ma amorevolmente pettinati per ricavare la lana d’angora per i filati. Nasce nel sobborgo di Santa Lucia la fabbrica per le creazioni di scialli, boleri e indumenti alla moda. La segnalazione alla Fiera di Milano come “ottimi prodotti” spingono Luisa a moltiplicare gli sforzi: sono 8.000 gli allevatori che mandano a Perugia per posta il pelo pettinato via da almeno duecentocinquantamila conigli. Negli anni quaranta, in un periodo in cui molti soffrono la fame e i freddo, la famiglia regalava ai propri operai per Natale maglie, calze e lana per un valore di 4.000 lire, una fortuna per quei tempi. Lo stabilimento di Santa Lucia aveva una piscina per i dipendenti. Si costruiscono ai dipendenti casette a schiera (tuttora esistenti), si organizzano nursery per i figli, si promuovono balli, partite di calcio, gare, feste. Luisa non riuscirà a vedere il vero decollo dell’azienda che inizierà circa quattro anni dopo sotto la guida del figlio Mario. Le viene diagnosticato un tumore alla gola. Giovanni Buitoni la trasferisce a Parigi per garantirle le migliori cure e rimane con lei fino alla morte, nel 1935. Questa è la storia di Luisa Spagnoli. Una donna forte della provincia italiana. La sua una bella storia che dovrebbe appartenere a tutti noi. Una delle storie di chi ha visto un mondo auspicabile e lo ha trasformato in qualcosa di possibile.

Lettera alla mia generazione.

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La mia generazione ha perso, scriveva Gaber – seppure nelle molte cose che ha fatto e che ha visto.
La mia generazione ha perso, dovremmo dire anche noi, ma per ragioni ben diverse.
La differenza tuttavia dovremmo avere il coraggio di chiamarla per nome: la nostra generazione ha perso proprio perché quella dei nostri padri ha perso.
Ha perso la sfida di modernizzare il paese, di cambiare il modo di fare politica, per una volta costruendo sulle ragioni che ci uniscono e non scavando ulteriormente il solco di ciò che ci divide.
La mia generazione ha perso, perché la generazione dei nostri padri ha pensato ad un modello di benessere per sé e non a costruire un sistema sostenibile per noi, e per tutti.
La mia generazione ha perso, perché ha assimilato il modello dei nostri genitori, di una società fatta di posti fissi, di lavoro sotto casa, nello stesso quartiere.
Ha assunto su di sé l’idea che stabilità fosse investire una vita intera con un mutuo sulle spalle per acquistare un immobile, che ci si dovesse laureare per forza, tutti, e in breve tempo, senza perdere il tempo “fuori casa”, viaggiando e “conoscendo” altri modelli.
La loro generazione ha perso perché non ha superato del tutto il modello dei loro padri, proponendo dinamiche diverse, ma la mia generazione ha perso perché non si è posta nemmeno il problema di quale fosse il suo ruolo nella storia.
La mia generazione ha perso perché si è assopita, anestetizzata in un benessere fittizio di cui oggi deve pagare il conto, per sé e per la generazione precedente.
Ma la mia generazione perderà ancora se fuggirà da questa responsabilità lasciando questo debito, con gli interessi, sulle spalle della generazione che verrà dopo.
La mia generazione ha perso rinunciando agli slanci, non accettando la sfida del rischio delle passioni e degli occhi aperti sul mondo, per restare qui, a credere in modelli ereditati, e senza metterli in discussione alimentarli, di linfa denaro e risorse.

Cosa accadrebbe, oggi, se i giovani della mia generazione – che poi tanto giovani non lo siamo più – dicessero semplicemente basta.
Non ci interessa il posto fisso per elemosinare il quale dobbiamo regalare dieci anni “ai vecchi” nelle professioni, e altrettanti di precariato; non ci interessa chinare il capo per ricevere chissà quando un posto pubblico e uno stipendio fisso – unica condizione per accedere al vostro modello di banca, per avere un mutuo trentennale che ci consenta di comprare da voi che ne avete una, una “casa fissa” per continuare a restare fissi e fermi qui immobili a che nulla cambi e possa cambiare.
Cosa accadrebbe se “questo paese non ci piace” e ce ne andiamo altrove, tenetevi le vostre case, le vostre pensioni che non avremo la possibilità di vedere noi mai, e …pagatevele da soli se siete capaci – perché se non ci date le condizioni per un lavoro, come li paghiamo i contributi che servono per le vostre pensioni?
Cosa accadrebbe se cominciassimo a muoverci, a vedere che forse altrove si sorride, che la vita è dura e chiede sacrificio, ma può anche essere colorata e possibile.
Cosa accadrebbe se ci svegliassimo da un torpore che serve a voi – di quella generazione – a tenerci ancorati “alla casa” per farvi da badanti – e questa cosa la chiamate affetto, e dobbiamo anche dirvi grazie perché “ci sostenete” in un mondo difficile… dimenticando sempre che quel mondo lo avete fatto voi!

Cosa accadrebbe se scegliessimo – la mia generazione – di cominciare a pensare a quale mondo e quale modello avremmo voluto e non ci è stato dato – e cominciassimo a realizzarlo mettendo banalmente in discussone tutto – e non più per noi, che abbiamo perso, ma per i nostri figli, che ancora possono “vincere”.
Cosa accadrebbe se non acquistassimo i vostri prodotti a rate, se non accettassimo di portare la borsa del professore universitario che non va in pensione mai, se smettessimo di fare praticantato a vita in uno studio per poche monetine nella speranza, un giorno, di essere noi lì… inesorabilmente a fare lo stesso con la generazione dei nostri figli… nella convinzione bigotta che così è, così è sempre stato e così deve necessariamente essere…

Beh, certo, per fare tutto questo la mia generazione dovrebbe rinunciare a ciò che già conosce, a modelli comodi, agli abiti firmati a tutti i costi.
Ma soprattutto dovremmo rinunciare a vedere come un diritto ed il solo accettabile un lavoro sotto casa, a dover essere dirigenti solo perché “per i nostri genitori siamo dei geni” – che poi altro non è che un modo per tenerci stretti.
Dovremmo accettare il lavoro come uno strumento, che non significa rinunciare alle proprie passioni e aspirazioni morali, ma nel rispetto di ciò che esso comporta prima di tutto: fatica e sacrificio.
Dovremmo partire per esempio dall’idea che l’anestetico di un lavoro intellettuale come unico possibile, altro non è che un vincolo, che ci rende dipendenti da chi invece è disposto a compiere un lavoro manuale, ed al contempo è un modo per tenerci dipendenti dalla generazione dei nostri padri.
Dovremmo considerare valore non la paga o il ruolo sociale, ma la dignità del lavoro in quanto costruzione e non costruzione di una società diversa da quella attuale.

Ecco. Se compissimo questa rivoluzione, non avremmo perso.
Non passeremo alla storia come una generazione di venduti al prezzo di un apparente benessere al cui altare abbiamo sacrificato la nostra realizzazione generazionale.
Perché dire che la nostra generazione ha perso, significa dire che non ha mai avuto una sua identità, un suo significato, una propria autonomia, e una propria idea.
Si, è vero. Nessuno della generazione precedente abbiamo sentito mai chiederci scusa, collettivamente e singolarmente, per ciò che ci hanno consegnato come mondo, e per i valori e tempi e modi sbagliati con cui ci hanno inculcato.
Ma questa non può essere l’attenuante per non chiedere noi stessi a nostra volta perdono, a noi e ai nostri figli, per non aver aperto gli occhi ed aver scelto di rischiare di cercare un altro modo possibile.
Né oggi è il tempo delle facili assoluzioni tramite l’apparente partecipazione che altro non è che il riempimento delle fila del pubblico di chi sventola parole di cambiamento, mentre la sua età anagrafica rivendica vendetta, se non per essere stata parte attiva a questo stato di cose, senza dubbio per essere stato peggio: connivente passivo.

Ecco. Quello che dovremmo cercare – nella sua semplicità e difficoltà – è di realizzare oggi il migliore mondo auspicabile.
E un figlio, per diventare grande, non ha altra via che tagliare il cordone ombelicale, e prendere la sua strada senza nessuno che ti tenga per mano, e per questo legato, per quanto apparentemente a fin di bene, per evitare possibili cadute.
Ricercare di realizzare il migliore mondo auspicabile richiede una partenza che non contempla di restare ancorati in un porto apparentemente sicuro, e di correre il rischio del mare, della tempesta, e di una nuova alba.

Se falliremo, beh, almeno avremo tentato.
L’alternativa è restare ciò che siamo: una generazione che ha perso.
Ma questa generazione che non ha futuro e non sa nemmeno declinare cosa sia un futuro anche solo immaginabile come diverso, da quello che appare un esito e un destino inamovibile, forse non è capace nemmeno di comprendere che cosa voglia dire “avere perso”.
Perché per perdere la chance di trasformare il migliore futuro auspicabile in un reale futuro possibile bisogna almeno, e quanto meno, saperlo immaginare.
E non può immaginare nulla un popolo di spettatori.

La nuova frontiera della comunicazione spazzatura.

Qualche tempo fa, parlando d’altro, avevamo affrontato il tema della “comunicazione tossica”.
Abbiamo anche parlato della comunicazione politica di queste elezioni, sperando francamente che quella – come spesso accade – fosse “il fondo”.

Un monumento di “comunicazione spazzatura” invece ci arriva proprio in questi giorni e riguarda il “lancio” dell’arrivo di bruno Vespa su twitter.

Alla fine l’estrema sintesi è che “ognuno ha la comunicazione che più rappresenta il proprio livello” e si affida – direttamente o meno conta poco – a chi, come agenzia di comunicazione, gli è più affine, come metodi e come “etica” nel raggiungimento del risultato.

Ecco la bufala che ha fatto gridare – un po’ ipocritamente – allo scandalo.

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Ovviamente un mezzo indiretto – direi forse anche di più basso livello – per fare facili “fan” su facebook.

E questo il mirabolante lancio con il twitt del celebre giornalista…

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Magra consolazione – se ne è parlato molto, ma intermini di risultati ci ha guadagnato CadoInPiedi con qualche centinaio di fan in più e un risultato francamente deludente per il Giornalista ex-Rai [ormai in pensione, cui paghiamo auto, autista, benefit, da ex-direttore “a vita”, oltre a royalty abbondanti sul format Porta-a-Porta che è di una società tra lui e il figlio e per il quale la Rai paga per conduzione e per trasmissione, oltre a mettergli a disposizione a spese nostre studi, una redazione di cento persone, e farsi carico delle spese di produzione, tra cui 400euro a puntata al maggiordomo che per Vespa è irrinunciabile perché “gli porta fortuna”]: totale meno di tremila follower!

Che alla comunicazione-spazzatura la Casaleggio Associati [quelli che hanno gestito Di Pietro sino al 2010 e che gestiscono Beppe Brillo da sempre] ci avesse abituati era già un fatto.

Ma francamente che si raschiassero certi fondi di barile…

Il Natale in terra santa

 

Come ogni Natale televisioni e giornali ci ripropongono le immagini dei “luoghi sacri”, della “terra santa” per le tre religioni monoteiste, e rinnovano in noi, attraverso i simboli, anche uno spirito di appartenenza.
Una appartenenza nostra in qualche modo a quei luoghi, come origine di una fede che – come diceva anche il laico Benedetto Croce – fa parte indissolubilmente della nostra cultura, al di là ed oltre il sentire intimo e personale di ciascuno di noi.
Una appartenenza di quei luoghi “a noi”, perché al di là dello Stato, della politica, quei luoghi travalicano uno o più confini, ed appartengono al genere umano nella sua interezza collettiva e sociale.
Negarlo è di per sé assurdo e sarebbe tautologicamente incomprensibile.

Sappiamo tutti che “da quando esistono le religioni” quel territorio non è mai stato “in pace”.
Anzi, in qualche modo è esattamente l’incarnazione di ciò che accade quando una religione diventa motivazione politica, quando “una” identità pretende di essere superiore o prevalere sulle “altre” identità, e quando una parte decide che le proprie ragioni valgono più di quelle degli altri.
Lì, da sempre, si misura la capacità dell’uomo di stare con gli altri uomini.

Tutti noi sappiamo, ma pochissimi tra noi “conoscono” o hanno visto, vissuto, ciò che lì si vive, e questo nonostante il fatto che tutti quei luoghi li consideriamo in qualche modo nostri.
Prevale un senso di “non voler sapere” o di “lontananza” geografica.
Però alla fine ci torniamo, con la mente, per la messa di natale, per una preghiera collettiva, per un rito, per un ricordo, per un momento…
E di certo non è questa la sede per affrontare “il conflitto dei conflitti”.
Una storia lunga quanto l’uomo, che a seconda di dove e quando la cominci a ricostruire sembra dare ragione all’uno, all’altro o all’altro ancora.
Potremmo scegliere una data qualsiasi nella storia dell’uomo e quella terra e i suoi molti conflitti sarebbero non solo presenti, ma alle volte determinanti.

A seconda della nostra storia, della nostra sensibilità, di ciò che abbiamo letto e sentito, ciascuno di noi si sentirà più vicino a qualcuno e meno propenso a giustificare qualcun altro… ma questo fa parte della retorica politica, che pone pesi e misure… e ancora una volta torneremo al punto di partenza.
A essere attenti, è lì che si cimenta anche il meglio della retorica partigiana della nostra nuova comunicazione politica, che nella sua semplicità conia parabole mirabolanti come l’assioma per cui criticare la politica dello stato israeliano significa di per sé essere antisemita, o non riconoscere la dignità d’esistenza di uno stato palestinese significa riconoscere l’olocausto, o che tutto si può giustificare per la storia precedente, o che sia giusto lanciare missili sule colonie visto che i carri armati…
E allora potremo continuare all’infinito.
E non ci accorgeremo che un trattato per cui una parte sola della avere il 95% delle risorse idriche è inaccettabile per chiunque, come il pretesto di una città capitale, o il riconoscimento dei profughi… alla fine è solo un esercizio di stile a chi mostra le proprie ragioni per non raggiungere alcuna pace.

Perché?
Perché se lì ci fosse la pace, sarebbe come dire che le religioni possono coesistere, e nessuna deve fare proselitismo, vincere sulle altre, essere più forte.
Sarebbe come dire che tutti hanno ragione senza che nessuno abbia torto.
Sarebbe come far cessare d’improvviso le ragioni, proprie e degli altri, e dover ammettere che tutto ciò che è stato, e tutta la politica conflittuale di 4mila anni di storia, i conseguenti morti e le risorse spese e le carriere costruite… sono inutili, vuote, quelle si che sono state errori.

Non è dunque questo o quel popolo che ha sbagliato, ma noi uomini nella nostra interezza e collettività, ovunque siamo, in qualsiasi parte del mondo, e qualsiasi sia la nostra lingua, religione e colore della pelle.

Ecco, alla fine delle mille discussioni, cosa secondo me a Natale, come in tutti gli altri giorni dovrebbe fare, ci ricorda la “terra delle terre sante”.
Che la vera dimensione dell’uomo è superare quel conflitto, superandolo come superamento dell’idea stessa di conflitto, e riconoscerlo come inutile, non necessario, non giustificabile.
Ed al contempo, renderci conto che se uno solo “vincesse” prevalendo sull’altro, quella vittoria sarebbe la sconfitta di tutto ciò che di migliore può aspirare il genere umano.
Vincere sull’altro, è annientare l’idea della convivenza nella diversità.

E questa non è una battaglia “lontana”, in una terra altra, in un conflitto che non ci riguarda.
Ma è una guerra continua di ciascuno di noi in qualsiasi anfratto del mondo siamo.
E che riguarda le nostre città, comunità… sin nelle nostre case… ed in definitiva sin dentro noi stessi.
Perché i primi che dobbiamo convincere e sconfiggere siamo noi.
Le nostre convinzioni, i nostri pregiudizi, le cose che ci hanno detto e insegnato, e cercare di fare un passo né avanti né indietro, ma semplicemente oltre.

Io non condanno come moralmente ingiusto un attentato ad un cittadino israeliano, lo considero un offesa ed un attentato a me stesso come individuo, compiuto da un mio fratello verso un altro mio fratello dietro il paravento inammissibile di una qualsiasi religione sorella della mia.
Io non condanno come un crimine contro l’umanità una strage di bambini in un campo profughi, lo considero una strage ingiustificabile di miei figli compiuta da altri miei fratelli, dietro un paravento ingiustificabile di una presunta sicurezza o vendetta.

Io condanno come istigatore al genocidio il sedicente Rabbino, il presunto Imam, il finto Cardinale che offrono la propria conoscenza, la propria oratoria, le proprie parole e il facile scudo della propria posizione per fomentare, giustificare, accreditare, diffondere, una politica di odio e di morte.
Io condanno come loro complici chi li plaude, chi li ascolta, chi li cita, chi li difende, chi li finanzia e chi li appoggia… e come fratelli che sbagliano chi li segue.
E sento tutto il peso morale di non fare abbastanza per una contro-voce intellettuale che possa smascherare questi impostori della religione e strumenti della morte.

Infondo, la terra santa, è un simbolo.
Che sta lì, a concentra in sé la natura stessa del conflitto.
Un conflitto presente ovunque, e che rende tutti noi protagonisti, e tutto il mondo una terra santa.

I partiti e la paura della partecipazione

Forse qualcuno non lo ha capito, abituato troppo a lungo a guardare il mondo e il Paese da un’angolatura decisamente distorta e particolare, ma è attraverso la legge elettorale che si costruisce un parlamento, e non il contrario.
Se esaminassimo la storia delle cd. democrazie occidentali, ci renderemmo facilmente conto che i governi sono stati sempre determinati “prima” del voto; attraverso il limite dell’alfabetizzazione, del censo minimo, della residenza, dell’età, del sesso, si stabiliva prima chi poteva votare per chi, e quindi quali maggioranze avrebbero potuto costruire quali governi e quindi quali priorità e provvedimenti e quali interessi ne sarebbero stati rappresentati.
In questa direzione le grandi conquiste del secolo scorso in tema di allargamento massimo della base elettorale, con il suffragio universale e il diritto di voto alle donne.

La tecnica politica si è poi affinata, restringendo altri elementi attraverso il modo di creare le liste, di fare i collegi elettorali, di alzare soglie di sbarramento, le raccolte di firme…
Se però è vero che usando la “tecnica” dei sistemi elettorali una determinata classe dirigente “si blinda” è altrettanto vero che la diretta conseguenza è uno scollamento rispetto al “popolo che dovrebbe esserne rappresentato”.
Peccato che questo “scollamento” non sia stato declinato sino in fondo, restando un termine pubblicistico che anima per lo più lo spirito dei talk-show invece che un serio confronto.
Questo scollamento significa essenzialmente mancanza di autorevolezza, mancanza di rappresentatività, e quindi mancanza di un’autentica capacità politica di dettare le priorità, è uno scollamento così profondo (e lungo) che porta a consegnare di fatto il paese e le decisioni da prendere in mano ad una burocrazia invece nata e formata per essere strumento di attuazione.

Ecco perché alla fine qualsiasi dibattito, analisi, mea culpa, che non porti ad una concreta trasformazione della legge elettorale in senso di riconsegnare una scelta vera e diretta da parte dei cittadini è semplicemente inutile, se non utile solo ad aumentare questo scollamento.
E il fatto che si faccia cadere un governo in un momento così complesso per non cambiare questa legge elettorale, è semplicemente un atto criminale. Senza attenuanti.
Perché ci darà un parlamento di nominati, senza veri cambiamenti nei nomi e nelle componenti rappresentate, in una situazione di nuova ingovernabilità, e aprendo una nuova fase di galleggiamento politico.

Forse spinti dall’effetto comunicativo, il Partito Democratico ha avuto certamente il merito di “aprire i giochi” attraverso una formula italiana nella via alle primarie, prima in ambito locale e poi a livello nazionale e territoriale.
Ma è proprio il clamoroso effetto partecipativo che forse ha frenato gli altri partiti nel fare altrettanto, perché si sa, che se fai una consultazione davvero aperta, partecipata, logisticamente e partecipativamente ampia, consentendo tempi per i dibattiti, i confronti e la conoscenza dei programmi, allora il risultato non lo puoi “pilotare” o costruire a tavolino.

E abbiamo assistito al valzer infinito che ha dilaniato il pdl, sino alla scelta finale di scappare di fronte al giudizio anche semplicemente del proprio corpo elettorale.
Eppure i segnali c’erano tutti sulla volontà di cambiamento della leadership; basti pensare al dimezzamento delle preferenze di Berlusconi al comune di Milano, basti pensare (senza arrivare al dimezzamento nei sondaggi) all’enorme entusiasmo che il popolo del pdl ha mostrato alla semplice ipotesi di una consultazione – in un partito, va ricordato, in cui anche il segretario nazionale e la direzione nazionale sono cooptati o nominati.

E abbiamo assistito a quella farsa delle parlamentarie inventate da Grillo che hanno visto candidati che non hanno avuto tempo, modo e opportunità di farsi conoscere, che per regolamento non potevano confrontarsi, che per presentarsi hanno dovuto sottoscrivere un contratto liberticida, venire poi scelti online da meno di 38mila persone virtuali (un partito che sarebbe al 15%!) con regole assurde per qualsiasi votazione… e ovviamente qualcun altro altrove deciderà se come e dove candidarli…

Forse sull’onda del risultato mediatico, nuovamente il pd ha sfornato “nuove primarie” per scegliere i candidati. Il ricorrere alla base elettorale, in qualsiasi modo e occasione, lo ripeto, è sempre una buona cosa per la democrazia… a meno che… e sempre che…
A meno che non sia un’ennesima occasione di allargamento “sprecata” nell’essere ridotta alla conta delle componenti interne, in cui si distribuiscono quote tra renziani, bersaniani e vari ed eventuali.
E sempre che – appunto ed al contrario – si riesca invece a costruire un momento in cui chiunque si riconosca in un progetto ed in un programma, abbia un momento di confronto, proposta e partecipazione.

Ecco, la vera sfida sarebbe avere un momento, semmai qualche mese prima delle elezioni e con i giusti tempi, per dare voce e spazio e idee e storie e persone “nuove” per arricchire e contribuire ala crescita non tanto di un partito, quanto della partecipazione civile del paese e delle molte anime della sua società.
Queste sarebbero le primarie che “nessuno può più fermare” e che innescherebbero quel processo di riappropriazione della politica da parte dei cittadini di cui tutti, ma proprio tutti, abbiamo un gran bisogno.

E qui nasce l’antidoto alla tecnica delle leggi elettorali.
Un momento che al di fuori ed al di là del voto faccia si che si possa davvero cambiare classe dirigente, per proporre una rappresentanza nuova e diversa, che poi possa davvero, autorevolmente, cambiare anche le regole elettorali.
Ma a questa sfida, non tanto “i partiti” quanto le vecchie classi dirigenti, forse, non sono ancora pronte, o peggio di questa sfida hanno davvero paura.

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http://micheledisalvo.com/2012/12/25/i-partiti-e-la-paura-della-partecipazione/ 

Spoofing e phishing

“Spoofing” significa usare un indirizzo di risposta falso nella posta in uscita per celare il vero mittente del messaggio.

Quando invii una lettera per posta, puoi scrivere l’indirizzo del mittente sulla busta, in modo che il destinatario possa sapere chi ha inviato la lettera o l’ufficio postale possa restituirla al mittente in caso di problemi. Ma potresti anche falsificare l’indirizzo del mittente; qualcun altro, ad esempio, potrebbe inviare una lettera e scrivere sulla busta che tu sei il mittente. Le email funzionano nello stesso modo.
Quando un server invia un messaggio email, specifica il mittente, ma questo campo può essere contraffatto. Se c’è un problema con l’invio e qualcuno ha inserito il tuo indirizzo nel messaggio, questo sarà restituito a te, anche se non l’hai davvero inviato tu.

Se hai ricevuto una risposta a un messaggio che non è stato inviato dal tuo indirizzo, le possibilità sono due:
1. Il messaggio è stato falsificato, contraffacendo il tuo indirizzo per farlo apparire come quello del mittente.
2. Il mittente originale ha utilizzato il tuo indirizzo come indirizzo per risposte, in modo che le risposte venissero inviate a te.
Queste due possibilità non indicano che il tuo account è compromesso ma solo che qualcuno sta “criptando” e usando il tuo account per danneggiare te e la tua imagine.

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Criptare l’indirizzo e-mail.
Quando si ha un sito web, è abitudine comune inserire un collegamento “maito:” al proprio indirizzo email per far in modo di essere contattati dagli utenti. Lasciare in questo modo il proprio indirizzo email in giro per il web, comporta però un rischio. Questo rischio si chiama Spam.
Gli spammer utilizzano degli speciali spider, cioè motori software che scandagliano il web, per andare alla ricerca di indirizzi e-mail da inondare di pubblicità indesiderata. Questi spider, inizialmente, cercavano solo collegamenti tipo:
a href = “mailto:user@dominio.ext”
Ora, invece, gli spider si sono evoluti a tal punto, che sono in grado di rivelare indirizzi email anche inseriti come semplice testo, senza cioè essere inclusi nel href = “mailto:…”. Ad esempio un indirizzo email scritto nel seguente modo, sembrerebbe una soluzione efficace, ma in realtà è facilmente intercettabile:
user [at] dominio [dot] ext (notare che si tratta di semplice testo).
Il rimedio forse più efficace, a parte quello di descrivere il proprio indirizzo a parole (poco professionale), è quello di inserire il proprio indirizzo in una immagine.
In questo modo però, il collegamento non è cliccabile. Per renderlo cliccabile senza utilizzare un cllegamento href = “mailto:…” (cioè senza tornare al problema di partenza), si può utilizzare javascript per mascherare il proprio indirizzo email. Il seguente script ad esempio consente di far aprire il client di posta dell’utente, per far si che vi possa inviare una email con il vostro indirizzo già compilato. Eccolo:
<script language=”Javascript”>
<!–
function cryptEmail() {
/*
Un indirizzo email è una stringa del tipo “user@dominio.ext”.
Sostituire a str2, str3 e str4 i valori relativi al proprio
inidirizzo.
*/
var str2 = “user”;
var str3 = “dominio”;
var str4 = “ext”;
var str1 = “maiAAAlto:”;
location.href = str1.substr(0,3) + str1.substr(6,4) + str2 + “@” + str3 + “.” + str4;
}
//–>
</script>

NB: Il codice JavaScript si può complicare a piacere per rendere più difficile l’individuazione dell’indirizzo.

Sito internet: il problema è aggiornarlo!

Trovo che i periodi critici per la vita di un sito siano due.

PROGETTAZIONE: Il primo è quello delle prime fasi di progettazione, quando le idee del committente devono tradursi in mappa dei contenuti. In questo momento è necessario accompagnarlo in un doloroso e conflittuale processo di liberazione di tutto ciò che di autoreferenziale hanno le sue idee. Di norma ognuno pensa di essere il migliore, l’unico in Italia a far la tal cosa, oppure pensa che convenga dire cose simili. Io invece penso che sia un modo vecchio di fare comunicazione, e soprattutto gli faccio vedere che altri simili a lui sono già sulla rete. Da qui partiamo per capire come effettivamente essere, se non unici, quantomeno differenziati verso qualsiasi concorrenza.

Altro problema è quello di fare si che la distribuzione dei contenuti non rispecchi organigrammi, cataloghi merceologici, e roba simile… un sito internet non è un documento ufficiale, ma deve disporre i contenuti nel modo più intelleggibile per il lettore-ideale.

GESTIONE: poi troviamo un accordo, la webagency produce cms e grafica, il responsabile della comunicazione cura i contenuti, e lentamente tutto è on-line.
bene? tutto finito?
No… siamo solo all’inizio.
In Italia il 90% dei siti internet non è aggiornato.
C’è qualcosa di peggio che arrivare su un sito le cui info risalgono ad un anno fa?
Un pò come arrivare davanti ad un vetrina che espone abiti della scorsa stagione.
Il problema sta nel fatto che raramente ci si dota di un piano editoriale, un amministratore del sito che ha potere di far scrivere  anche i colleghi(e di obbligarli).
Tutto ciò costa, ma se non si vuole affrontare questo investimento organizzativo, i soldi spesi per un sito internet sono quasi sempre sprecati.

Non dimentichiamo “la materialità”: negozi e prodotti.

Il commercio equo è una bella palestra di realismo e idealismo insieme per quel suo essere sempre a metà tra mercato e cooperazione, necessità di far quadrare i conti aziendali propri e altrui.

Un paio di anni fa una cooperativa che avevo aiutato a nascere mi ha chiesto un paio di consigli su come migliorare la propria comunicazione. Si tratta di una bella organizzazione che opera a livello europeo, con un catalogo prodotti di centinaia di referenze alimentari e di artigianato.

Ho subito pensato: dove sta il principale punto di contatto con il target?
E quale può essere il canale più efficace per guidare la sua scelta di acquisto e successivamente fidelizzarlo?

La risposta mi sembra semplice, quanto non esplorata da altri: il prodotto, il packaging col quale lo si vende

E’ in quelle “facciate di cartone colorato” che noi dobbiamo dare informazioni veramente “forti”, cercando di realizzare quello che nel webmarketing si chiama “conversion improvement”, cioè che trasformi la visita in vendita.
Per capire quanto le informazioni normalmente contenute nel pack non siano “forti” fate questo esperimento: prendete in mano un prodotto che non avete mai acquistato e che vi interessa vagamente, e poi leggete quello che c’è scritto.
Vi ha colpito?
Ora prendete un prodotto concorrente: in cosa, tra le informazioni contenute nel suo pack, è più competitivo del primo prodotto?
Se le vostre risposte sono negative, allora queste aziende stanno sprecando il loro principale punto di contatto diretto con i target.

Individuato il problema, non resta che provare a risolverlo: due le principale aree di azione. La prima sono i contenuti: stampare informazioni veramente essenziali, capaci di cogliere l’interesse e di stuzzicare il primo acquisto.
La seconda è la creazione di una relazione: instaurare un rapporto duraturo con il cliente, al fine di fidelizzarlo.

Sembra facile. Ma non lo è.

I partiti politici in rete

Tutti i partiti politici ultimamente si stanno affrettando a parlare di centralità della rete, di partecipazione e dialogo con i cittadini, di interazione, di trasparenza.

Abbiamo fatto un’analisi “quantitativa” della presenza in rete dei maggiori partiti politici, e cercato di analizzare in un quadro sintetico i dati delle visite degli utenti e della fruizione delle informazioni. Il quadro che si presenta mostra sostanzialmente in calo tutti i partiti a struttura tradizionale, anche quelli di costituzione più recente.

La ragione essenziale è che nessuno di questi canali di comunicazione offre ai navigatori un vero motivo utile per accedervi.

I siti internet si presentano in maniera statica, viene favorita essenzialmente la grafica, con una accessibilità ai contenuti poco funzionale, e spesso poco utile; la sensazione è di una filosofia di “parlare a se stessi”.

Spesso molto ridotto il numero delle pagine offerte, soprattutto dai partiti maggiori che, proprio avendo un numero elevato di eletti dovrebbero invece poter offrire una informazione immediata e capillare – mission che non appare nemmeno prevista.

I siti che “vanno meglio” o “meno peggio” sono quelli che offrono contenuti multimediali e capacità interattiva – che comunque sono estremamente ridotti rispetto alle normali tendenze del web.

Non vi è corrispondenza tra fruitori dei siti e dei contenuti e apparente consenso elettorale, sintomo che il canale di comunicazione in rete non solo non viene visto come strategico, ma manca una vera e propria linea di comunicazione integrata e dialogo diretto, oltre che di condivisione e dibattito sui materiali.

La percezione in rete è che la comunicazione si sposti da “organica” del partito/movimento/simbolo ad una comunicazione individuale e individualista, che spesso non ha una sua organicità o un luogo centrale, ma appare orientata maggiormente sull’uso di social-network.

Facebook e Twitter i luoghi maggiormente scelti – spesso puntando esclusivamente ai numeri piuttosto che a una vera e propria interazione o alla comunicazione di contenuti, messaggi e programmi.

Sulle relative presenze non mi dilungo, se non rinviando a due riferimenti

il primo sui dati/fan facebook – http://www.baroncelli.eu/politici_italiani/

il secondo sui dati follower twitter – http://digitalevaluations.com/DE-Twitter-Politici.pdf

Dati che vanno presi “con beneficio di inventario” proprio perché esistono molte aziende e molte applicazioni che consentono “uno start-up” sui social media acquistando un certo numero di followers o fans, che “spingono” l’apparente reputation e stimolano l’effetto emulativo.

Un dato da non sottovalutare – che è appunto ciò che dovrebbe avvenire – è proprio la capacità virale di una presenza sui social media: una volta comunicato un messaggio ad un certo numero di persone, ci si aspetta, come risultato, un certo seguito, anche espresso in numero di visite e letture del contenuto principale sul sito di riferimento.

Ebbene proprio in politica questo “tasso di conversione” è praticamente nullo.

Segno di un mix tra falsi fan/follower, poco interesse per il contenuto proposto dal profilo del politico, poca fruibilità ed interazione sul sito di riferimento principale.

Se il web 2.0 si caratterizza proprio per le capacità interattive degli utenti, la comunicazione politica è congelata in un modello statico e poco partecipativo, che non esclude i partiti di neo costituzione, in maniera assolutamente trasversale.

Né una tipica adesione di nicchia militante, come può essere quella dei partiti più radicali o estremi, costituisce eccezione a questo modello.

I dati più significativi sono:

- il forte calo del blog di Antonio Di Pietro rispetto a un anno fa, nonostante la struttura a blog che si presterebbe ad una maggiore interazione

- la costante ascesa del sito di rifondazione, anche “a danno” di sel, che sembra (non essendo presente in parlamento) far convergere maggiori utenti sui contenuti di opposizione

- rispetto a un dato generalmente in tendenza negativa del partito democratico, riscontri in costante ascesa sui siti dei candidati alle primarie alternativi a Bersani, in particolare la struttura di blog partecipativo offerta da Civati e il forte utilizzo della viralità che invece premia i gestori del sito di Renzi

Caso unico resta il blog di Grillo, per alcune sue specificità.

Intanto una forte struttura accentrata per cui anche i riferimenti del movimento cinque stelle sono “sotto-domini” del suo blog.

Una struttura fondamentalmente accentrata nella comunicazione che convoglia in un’unica sede tutti gli utenti di riferimento.

Ben concepita anche la struttura del modello partecipativo in termini di commenti e l’ottimizzazione “friendly” di ogni aspetto del sito, il cui motore chiave dei numeri di accessi restano due strategie fondamentali:

- una forte interazione con i portali “influencer” di riferimento (attraverso commenti e continui rinvii sui siti di informazione che consentono commenti)

- una forte capacità di condivisione dei contenuti, prevalentemente su Facebook

Da un punto dei vista dei contenuti particolarmente rilevante una scelta – consolidata in oltre undici anni di attività nel web con lo stesso dominio – sui contenuti, che attraverso un “dire la propria su tutti i temi” in oltre 134mila pagine generate, fa sì che il nome di “grillo” e del suo movimento politico vengano associati dai motori di ricerca a praticamente ogni altra parola chiave rilevante.

Una nota che emerge, su tutte, è che dati questi numeri, e dato lo straordinario dato di “arretratezza” della comunicazione politica in rete, della poca propensione alla interazione ed al dialogo diretto, effettivamente fare oggi, in Italia, comunicazione politica in rete, porta a risultati enormi con un dispendio di energie e risorse decisamente modesti.

Si tratta di dati, in termini di numeri, di accessi, di pagine consultate, assolutamente alla portata di chiunque, ma che sottovalutati rischiano di lasciare indietro i partiti tradizionali e diventare bacino – di seguito e di voti – di “chiunque sappia e voglia trovare le parole giuste” in un sistema che faccia da collettore.

L’altro dato immediatamente riscontrabile è il forte personalismo della politica – nei partiti tradizionali ed ancor più in quelli di nuova formazione – tanto che spesso il sito “collettivo” del partito è molto dietro al sito “personale” del singolo parlamentare, leader etc.

Così ad esempio nel PD quanto nel PDL.

Una scelta che apparentemente favorisce una leadership interna, ma che in termini di comunicazione penalizza l’intero partito e la coalizione nel suo complesso, e da ultimo quindi anche il singolo esponente.

SCHEDE

Scheda sintetica FLI

Scheda sintetica FN

Scheda sintetica IDV

Scheda sintetica laDestra

Scheda sintetica LegaNord

Scheda sintetica M5S

Scheda sintetica PD

Scheda sintetica PDL

Scheda sintetica PRC

Scheda sintetica PSI e NuovoPSI

Scheda sintetica Radicali

Scheda sintetica SEL

Scheda sintetica UDC

Alcune note sul metodo di analisi

Normalmente quando qualcuno effettua una ricerca sistematica, puntualmente qualcun altro ne contesta il metodo e la scientificità.

Quello tracciato attraverso queste brevi e sintetiche schede è un quadro di riferimento di massima, che tiene conto essenzialmente dell’andamento tendenziale dei dati degli ultimi novanta giorni su base domini che hanno una vita almeno superiore ai dodici mesi.

Sia i punteggi che le valutazioni utenti sono radiografati ad un dato giorno, e sono perfettamente suscettibili nell’arco di anche una sola settimana di variazioni – anche se non sempre rilevanti.

I dati inoltre non servono per tracciare un monitoraggio di “un singolo sito” ma per radiografare un confronto complessivo – in questo senso le variazioni e gli scostamenti sono ulteriormente ridotti.

I dati sulle visualizzazioni giornaliere possono avere una attendibilità sino al 92% (margine di errore dell’8%), mentre quelli sulle visite nel trimestre e sulle pagine lette del 97% (margine di errore del 3%).

Per il rilevamento dei dati sono state usate 6 piattaforme differenti e 12 indicatori multisessione.

Di questi ultimi 4 sono specifici per siti di natura commerciale ed indicano i riferimenti alla propensione marginale media di “spesa e click pubblicitari” degli utenti, e il conseguente “valore medio statistico del sito” in termini puramente commerciali.

Il dato – che apparentemente riguarda poco la politica – in realtà offre alcuni spunti valutativi sulla composizione del pubblico (che in questa sede è stata omessa) e sulla “stima di attendibilità del contenuto” (anche questa omessa).